Kevin Willis, membro del
Canadian Stroke Network ha così commentato i risultati di uno studio da
lui pubblicato sulla rivista
Canadian Medical Association Journal: "una diminuzione di 2 punti della pressione diastolica
ridurrebbe la prevalenza dell'ipertensione del 17 per cento, delle patologie coronariche del 6 per cento e del rischio
di ictus del 15 per cento, con notevoli vantaggi in termini di salute anche per i soggetti con valori di pressione
nella norma". Con questa ricerca viene ancora una volta messo in evidenza l'eccessivo consumo di sodio in molti paesi del mondo.
Da un punto di vista nutrizionale, la quantità di cloruro di sodio "naturalmente" presente negli alimenti è relativamente
modesta e, del resto, la comparsa del sale come componente abituale dell'alimentazione umana è relativamente recente.
Secondo le più recenti stime disponibili, il consumo di sale, nella maggior parte dei paesi industrializzati,
si aggira oggi intorno agli 8-10 g al giorno, mentre i limiti per i bambini tra 1 e 3 anni e per i soggetti tra
9 e 50 anni, sono stati stimati, rispettivamente, in 1000 e 1500 milligrammi al giorno.
È comunque ben nota alle istituzioni che gestiscono la sanità in tutti i paesi che la correlazione tra il consumo
eccessivo di questo elemento ed il rischio di insorgenza di ipertensione e di patologie cardiovascolari,
oltre che di tumori dello stomaco, di osteoporosi e di altre patologie e disturbi. Per questo motivo, argomentano
i ricercatori, la riduzione dell'introito di sodio dovrebbe essere un obiettivo prioritario per le istituzioni che
gestiscono la Sanità pubblica in tutti i Paesi.
Un rapporto congiunto
WHO World Healt Organisation e
FAO Agriculture Organization raccomandò già nel 2003 che, ai fini della
prevenzione delle malattie cardiovascolari e di altre malattie croniche, il consumo di sale fosse ridotto a meno di
5 g ( circa 2 g di sodio ) al giorno, assicurando una adeguata iodinazione del sale.